G. Zappitello, Antologia filosofica. Quaderno primo/2, I filosofi
della grande generazione. Capitolo Cinque, Platone. L'anima e la
teoria della conoscenza.

11) Il mito della caverna.
All'inizio del settimo libro della Repubblica Platone narra il
mito della caverna, uno dei pi famosi ed affascinanti. In esso si
ritrova - espressa nel linguaggio accessibile del mito - tutta la
teoria platonica della conoscenza, ma anche si ribadisce il
rapporto tra filosofia e impegno di vita: conoscere il Bene
significa anche praticarlo; il filosofo che ha contemplato la
Verit del Mondo delle Idee non pu chiudersi nella sua torre
d'avorio: deve tornare - a rischio della propria vita - fra gli
uomini, per liberarli dalle catene della conoscenza illusoria del
mondo sensibile. Proponiamo la lettura di queste pagine senza
ulteriori osservazioni e commenti, convinti che lo scritto
platonico non li richieda. Socrate parla in prima persona; il suo
interlocutore  Glaucone.
Repubblica, 514 a-517 a (vedi manuale pagina 93).
1   [514 a] - In sguito, continuai, paragona la nostra natura,
per ci che riguarda educazione e mancanza di educazione, a
un'immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di
caverna, con l'entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la
larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi
stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, s da
dover restare fermi e da [b] poter vedere soltanto in avanti,
incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e
lontana brilli alle loro spalle la luce d'un fuoco e tra il fuoco
e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di
vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i
burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra
di essi i burattini. - Vedo, rispose. - Immagina di vedere uomini
che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta
sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di pietra e
di legno, in qualunque modo lavorate; e, come  naturale, alcuni
portatori parlano, altri tacciono. - Strana immagine  la tua,
disse, e strani sono quei prigionieri. - Somigliano a noi,
risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di s e
dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla
parete della caverna che sta loro di fronte? - E come possono,
replic, se sono costretti a tenere immobile il [b] capo per tutta
la vita? - E per gli oggetti trasportati non  lo stesso? -
Sicuramente. - Se quei prigionieri potessero conversare tra loro,
non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro
visioni? - Per forza. - E se la prigione avesse pure un'eco dalla
parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire
la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella
dell'ombra che passa? - Io no, per Zeus!, [c] rispose. - Per tali
persone insomma, feci io, la verit non pu essere altro che le
ombre degli oggetti artificiali. - Per forza, ammise. - Esamina
ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire
dall'incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso
come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad
alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo
alla luce; e che cos facendo provasse dolore e il barbaglio lo
rendesse incapace di [d] scorgere quegli oggetti di cui prima
vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si
dicesse che prima vedeva vacuit prive di senso, ma che ora,
essendo pi vicino a ci che  ed essendo rivolto verso oggetti
aventi pi essere, pu vedere meglio? e se, mostrandogli anche
ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si
costringesse a rispondere che cosa ? Non credi che rimarrebbe
dubbioso e giudicherebbe pi vere le cose che vedeva prima di
quelle che gli fossero mostrate adesso? - Certo, rispose.
2   [e] - E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non
sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli
oggetti di cui pu sostenere la vista? e non li giudicherebbe
realmente pi chiari di quelli che gli fossero mostrati? - E'
cos, rispose. - Se poi, continuai, lo si trascinasse via di l a
forza, su per l'ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima
di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non
s'irriterebbe [516 a] di essere trascinato? E, giunto alla luce,
essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una
delle cose che ora sono dette vere. - Non potrebbe, certo,
rispose, almeno all'improvviso. - Dovrebbe, credo, abituarvisi, se
vuole vedere il mondo superiore. E prima osserver, molto
facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli
altri oggetti nei loro riflessi nell'acqua, e infine gli oggetti
stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle
e della luna, [b] potr contemplare di notte i corpi celesti e il
cielo stesso pi facilmente che durante il giorno il sole e la
luce del sole. - Come no? - Alla fine, credo, potr osservare e
contemplare quale  veramente il sole, non le sue immagini nelle
acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella
regione che gli  propria. - Per forza, disse. - Dopo di che,
parlando del sole, potrebbe gi concludere che  esso a produrre
le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo
visibile, e ad essere [c] causa, in certo modo, di tutto quello
che egli e i suoi compagni vedevano. - E' chiaro, rispose, che con
simili esperienze concluder cos. - E ricordandosi della sua
prima dimora e della sapienza che aveva col e di quei suoi
compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del
mutamento e proverebbe piet per loro? - Certo. - Quanto agli
onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi
riservati a chi fosse pi acuto nell'osservare gli oggetti che
passavano e pi [d] rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e
poi e insieme, indovinandone perci il successivo, credi che li
ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero
onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da
Omero e preferirebbe altrui per salario servir da contadino, uomo
sia pur senza sostanza, e patire di tutto piuttosto che avere
quelle opinioni e vivere in quel modo? - Cos penso anch'io,
rispose; [e] accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere
in quel modo. - Rifletti ora anche su quest'altro punto, feci io.
Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul
medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo
all'improvviso dal sole? - S, certo, rispose. - E se dovesse
discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che
sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista
offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale?
e se questo periodo in cui rif l'abitudine fosse piuttosto lungo?
Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui
che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale
neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a
sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non
l'ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo? -
Certamente, rispose. [...]

 (Platone, Opere, volume secondo, Laterza, Bari, 1967, pagine 339-
342).

